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Cenni sulla storia della fotografia - III parte

20 Maggio 2001



Il terzo personaggio, l'inglese Henry Fox Talbot, si trovò invece a seguire il procedimento negativo positivo: in base ad esso vi è un primo momento di acquisizione dell'immagine in cui i valori tonali sono invertiti, ed un secondo in cui i valori vengono recuperati correttamente, chiamato stampa. Talbot, matematico e classicista, fu tra l'altro un grande viaggiatore ed a sette anni calcolò di aver già percorso 2.717 miglia: nel 1833 durante un soggiorno a Bellagio, sul lago di Como, scrisse sul diario di viaggio, a proposito delle vedute che tracciava con l'ausilio della camera lucida (una variante del principio della camera obscura): "..che bello sarebbe riuscire a far in modo che queste immagini si stampassero da se', e durevolmente restassero fissate su carta.."

"Punto di vista" di Talbot eseguito con la camera lucida a Bellagio.In calce si legge : "View towards Lecco" 6th . Oct. 1883
"Punto di vista" di Talbot

Tornato dal viaggio si mise al lavoro partendo dagli studi di Scheele poiché pare ignorasse sia gli esperimenti di Wedgwood che di parte francese. In un primo momento ottenne dei "disegni fotogenici", praticamente le stesse immagini ottenute quarant'anni prima da Wedgwood, riuscendo però a salvarli in qualche modo con una soluzione di cloruro di sodio; in seguito tentò di utilizzare lo stesso materiale sensibile introducendolo in una camera obscura, ma come descrisse nel libro "The Pencil of Nature" poté registrare solo i contorni di un paesaggio, senza particolari, sebbene l'esposizione fosse stata di circa un'ora.

William Henry Fox Talbot. Carte de visite di John Moffat, Edimburgo 1866.
William Henry Fox Talbot.

Negli anni successivi riuscì ad incrementare la sensibilità dei materiali ottenendo dei negativi di vedute della sua residenza di Lacock Abbey. Fu con una di quelle "trappole per topi", come sua moglie definiva le piccole camere oscure che Talbot si era fatto costruire, che riuscì ad ottenere a buon ragione, il primo negativo della storia della fotografia: si trattava della vetrata della biblioteca di Lacock Abbey, dall'interno, ed è corredato di un appunto autografo, dove si legge "Latticed Window (with the Camera Obscura) August 1835 When first made, the squares of glass about 200 in number could be counted, with help of a lens".

Latticed window a Lacock Abbey. 1835. Il primo negativo di Talbot e della storia della fotografia
Latticed window a Lacock Abbey. 1835.

Fu l'annuncio dell'invenzione di Daguerre a portare nuovo stimolo al suo lavoro, ritenendo che muovendosi celermente avrebbe potuto reclamare in tempo la priorità dell'invenzione. All'inizio del 1839 Talbot rese noti i suoi progressi alla Royal Society di cui era membro, e fece visita ad Herschel che a sua volta era riuscito a stampare per contatto delle immagini applicando il principio negativo-positivo e sperimentando con successo quello del fissaggio. Talbot apprese così l'uso dell'iposolfito, e involontariamente fu proprio lui a comunicarlo a Daguerre, mediante una lettera scritta al fisico francese Biot, datata 1° marzo, che lo stesso Biot fece leggere a Daguerre. Nell'autunno dello stesso anno Talbot scoprì che l'acido gallico era in grado di accelerare il processo di annerimento del cloruro d'argento, anche con esposizioni tanto brevi da non consentire la formazione diretta di un'immagine; praticamente anche questo procedimento, chiamato da lui "calotipia" e successivamente "Talbotipia", prevedeva lo sviluppo di un'immagine latente come nella dagherrotipia; egli brevettò il procedimento l'8 marzo 1841. I calotipi erano negativi, così come oggi li intendiamo, ma su carta; in seguito fu sufficiente pennellarli con cera d'api per renderli traslucidi, applicarli a contatto su un altro foglio di carta sensibilizzata e riesporli al sole sotto una lastra di vetro, ottenendo così un positivo correttamente orientato. Potremmo dire una stampa, o se si preferisce, una serie di copie.

Hippolyte Bayard Double autoportrait de profil  Photo (C) RMN-Grand Palais / René-Gabriel Ojéda Nemours, château-musée
Hippolyte Bayard Double autoportrait de profil


Nel 1839 anche Hippolythe Bayard, funzionario del governo francese, aveva sviluppato una tecnica fotografica su carta impregnata di alogenuri d'argento, ed anch'egli come Daguerre si era rivolto ad Arago che forse per non mettere troppa carne al fuoco gli suggerì di rimandare la divulgazione della sua invenzione. Ingenuamente Bayard accettò il consiglio ed il suo procedimento venne conosciuto solo l'anno successivo. Al contrario degli altri egli partiva da una carta totalmente annerita e l'esposizione nella camera obscura consentiva la formazione di un positivo sbiancando le parti colpite dalla luce. Le immagini di Bayard erano molto belle, ma il procedimento non ebbe mai successo perché più lento degli altri e dotato di una stabilità minore.



Hyppolyte Bayard Annegato
autoritratto di Bayard da annegato



"You press the button, we do the rest".

Il resto della storia è progresso. L'impatto della fotografia sulla società fu enorme, tutto ciò che prima doveva essere descritto adesso poteva essere visto: si pensi ai luoghi lontani, ai monumenti, alle opere d'arte, ai fatti. Abbiamo già accennato alla possibilità di tramandare la propria immagine, si poteva portare con sé il volto dell'amata o un nudo, ma alcuni dagherrotipi documentano semplicemente un gesto, ad esempio la mano che lascia cadere un cappello sulla sedia: al di là del falso narrativo (l'istantanea non era possibile), quel fotografo aveva sintetizzato fascino e potere della fotografia isolando l'istante dal fluire del tempo. Già nel 1852 fu pubblicato il primo fotolibro contenente 152 calotipi (stampe originali) scattati due anni prima in Egitto, Nubia, Palestina e Siria, da Maxime Du Camp e Gustave Flaubert.

Dagherrotipo. Anonimo. Francia. 1850 ca.
Dagherrotipo. Anonimo. Francia. 1850
Dagherrotipo. Anonimo. Stati Uniti. 1850 ca. Collezione Rubel, San Francisco. Grazie a Trackrey e Robertson
Dagherrotipo. Anonimo. Stati Uniti. 1850 ca.
Soggetto del Medio Oriente 1849-1851.Stampa su carta salata di Blanquart-Évrad 13,6 x 21,2. Gilman Paper Company Collection. New York.
Soggetto del Medio Oriente.
Carta salata.
R. Fenton. L'assistente M. Sparling a cassetta del "Photographic van" durante la guerra di Crimea.Stampa da negativo al collodio. Trustees of the science Museum. Londra.
R. Fenton. L'assistente M. Sparling


Nel 1855 Roger Fenton, corrispondente dell' "Illustrated London News" venne nominato dalla Regina Vittoria fotografo ufficiale della Guerra di Crimea.
Le cronache vogliono che le immagini di Fenton siano il primo reportage di guerra, in realtà il lavoro di Maria Pia Critelli e Marina Miraglia alla Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea a Roma attorno al 2000, consentono di datare nel 1849 le carte salate di Stefano Lecchi scattate durante la difesa del Gianicolo da parte deirepubblicani romani contro le truppe francesi.


Qualche anno dopo Timothy O'Sullivan ed Alexander Gardner seguirono la guerra di Secessione: a causa delle esposizioni troppo lunghe i primi inviati di guerra poterono ritrarre solo cose immobili, così che i campi di battaglia apparirono in tutta la loro crudeltà, non più l'immagine di eroi o le travolgenti cariche di cavalleria, ma solo uomini morti e distruzione;

T.H. O' Sullivan. Soldato confederato morto ( 1865) Dettaglio di una stereo vista all'albumina.
T. H. O' Sullivan. Soldato confederato morto ( 1865)

la guerra non fu più un'avventura, il reclutamento divenne sempre più difficile e nacque la censura. Nel 1869 Russel, Hart e Savage fotografarono la posa del bullone d'oro che univa i due tronconi della transcontinentale americana a Promontory Point e fu grazie alle fotografie di William Henry Jackson che il congresso degli Stati Uniti decretò nel 1871 la perpetua protezione di Yellowstone: per una sola fotografia aveva scalato tre volte la stessa montagna portandosi dietro una fotocamera che produceva negativi 40x50 centimetri, il cavalletto, le lastre di vetro, i prodotti chimici ed una camera oscura portatile.
Nel 1888 George Eastman mise in commercio la Kodak n°1: per 25 dollari si poteva acquistare l'apparecchio, un rullo da 100 scatti ed il relativo trattamento di sviluppo e stampa; lo slogan di lancio suonava "You press the button, we do the rest".


Stefano Lecchi ed il reportage di guerra

Cronologia sintetica fino alla comparsa della leica


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